Se la pesca è un circolo vizioso

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Ieri, come avrete probabilmente avuto modo di sapere, il Parlamento Europeo ha votato a favore del progetto di riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) presentato dalla deputata tedesca Ulrike Rodust, compiendo di fatto un passo decisivo verso l’approvazione finale della nuova strategia comunitaria che dovrà essere sancita dalla Commissione e dai Ministri dell’Unione competenti. Entusiasmo nei confronti di questo evidente cambio di rotta è stato espresso da tutti i maggiori gruppi ambientalisti, e si è parlato molto del voto dell’assemblea come di un voto teso a ‘porre fine’ per sempre al problema del sovrasfruttamento dei nostri mari e delle riserve ittiche del continente (ma non solo). Insomma, è tutto oro quel che luccica? La mia risposta è, s’intuisce, negativa.

Non fraintendetemi: da un lato, la soddisfazione dovuta all’avvenuta presa di coscienza -politica- della gravità della questione è innegabile. Dall’altro, è però vero che questo progetto rischia di trasformarsi (come purtroppo spesso accade) in un manifesto programmatico e mediatico, piuttosto che in un piano d’azione realmente efficace: ed il problema, a mio avviso, risiede nel fatto che le vere ragioni del declino di una risorsa fondamentale, quale è appunto il pesce, non sono state minimamente prese in considerazione dai legislatori (evidentemente, per motivi di opportunità).

Mi riferisco, in particolare, alla necessità che il tema dell’overfishing venga affrontato in una differente prospettiva, rispetto a quella fishing-discard-eu-haddoc-007assunta fino ad adesso quale pietra angolare della riforma. In un contesto in cui il 75% degli stocks ittici risultano ‘ufficialmente’ soggetti a sfruttamento eccessivo, con numerosi esempi di specie ormai vicine al collasso biologico, e lo sforzo di pesca che le flotte dei singoli paesi possono esercitare cresce di anno in anno, non è infatti possibile -in buona fede- mettere in campo una strategia che si proponga di “ristabilire le riserve” e contemporaneamente di “aumentare i posti di lavoro nel settore”. Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale vanno sì di pari passo, ma non possono essere affrontate nello stesso tempo e con le stesse misure, perché ad essere in gioco non è tanto la sopravvivenza delle comunità costiere in quanto tali, ma piuttosto la sorte di interi ecosistemi che per decenni hanno assistito ad un saccheggio indiscriminato, sospinto a sua volta da uno sviluppo drogato: o si pensa, subito e con decisione, di proteggere (anche con moratorie sulle catture) le specie più a rischio e di modificare il modus operandi dell’industria ittica, evitando di scendere a compromessi e di portare avanti il solito lavoro ‘lessicale’ di interpretazione delle norme, o di fatto poco potrà cambiare.

Un esempio per tutti: il progetto di riforma si propone di abbandonare il meccanismo delle quote (TAC), ovvero di quel sistema per cui, tenendo conto delle informazioni scientifiche sulla salute delle riserve e dei dati relativi alle catture degli anni precedenti, viene EU Fish 1 concesso ad ogni paese un tetto massimo sul prelievo di pesce, in favore del criterio del Maximum Sustainable Yield, e cioè del massimo rendimento che uno stock può fornire senza che venga intaccato il suo tasso di riproduzione. Ora, come possono capire anche i neofiti, se davvero si fosse tenuto conto, anche in passato, delle reali condizioni di ogni specie, i due concetti sarebbero stati assolutamente sovrapponibili; invece, ciò che è avvenuto è stata una corsa all’innalzamento delle quote, basata su tutto meno che sui rilievi puntuali degli scienziati (i quali ormai da tempo gridano al rischio ‘crisi irreversibile’), ed adagiata in particolare sulle pressioni che le lobby dell’industria (soprattutto spagnole, portoghesi, britanniche e francesi) hanno sempre esercitato sui policymakers di Strasburgo. Di conseguenza, due sono i possibili pericoli insiti nella nuova proposta: da una parte, la possibilità che anche il criterio del MSY venga sostanzialmente aggirato perché, appunto, definito sulla base di assessments non corrispondenti ai livelli ‘ottimali’ e troppo ‘generosi’; dall’altra, la crescente inadeguatezza, ormai sottolineata da moltissimi studiosi, della nozione stessa di ‘massimo prelievo sostenibile’, la quale non tiene in conto la taglia e l’età degli animali pescati e neppure lo stato -più o meno critico- dello stock.

In altre parole, il MSY ci può dire quanto si debba catturare per evitare un ulteriore declino, ma non ci può dire quanto si debba catturare per favorire il ristabilimento di uno stock prossimo al collasso: è evidente, allora, che continuare a pescare una specie in modo ‘sostenibile’ può voler in effetti dire continuare ad impedirne il ritorno a livelli ‘di sicurezza’, perché è noto che più un gruppo di individui è minacciato, più sarà difficile che esso mantenga un tasso di riproduzione sufficiente ad evitare il rischio estinzione. Insomma, anche ammesso che l’UE riesca a dotarsi di un sistema di catalogazione e raccolta di dati scientifici (che ad oggi non possiede) e che i controlli sul rispetto delle catture siano rigorosi (il che -è risaputo- spesso non avviene), poco potrà il cambiamento di politica nei confronti di quelle riserve ittiche che oggi sono già così in pericolo da dover richiedere una moratoria totale.

Per tacere di altri aspetti della riforma, tra cui la stessa messa al bando della prassi delle ‘discards‘, consistente nel rigettare in mare le prede accidentali e quelle eccedenti la quota assegnata -altro regalo della vecchia, devastante PCP-, che rischia di scontrarsi con la poca chiarezza (allo stato attuale) della norma, risolvendosi in una statuizione di principio che poco influenzerà i comportamenti concreti dei pescatori (portati comunque a ‘disfarsi’ delle specie prive di valore commerciale), il nodo centrale è peraltro quello dei sussidi pubblici all’industria ittica.

Non si può, infatti, non ricordare che la pesca ha risentito per anni di una crescita ‘drogata’ dai finanziamenti europei, i quali Voting in EU Parliament in Strasbourg for  protection and conservation of fishery resourceshanno consentito ai singoli paesi il mantenimento di flotte sproporzionate rispetto al prelievo massimo che il mare poteva sopportare, ignorato l’emergere di una industria sempre più tecnologica e meccanizzata che ha potuto così aumentare di giorno in giorno lo sforzo di pesca e -grazie alla documentata assenza di controlli dei legislatori nazionali- supportato indirettamente l’illegalità (rappresentata da quei pescatori che hanno intascato il denaro destinato alla sostituzione delle vecchie reti da pesca -troppo poco selettive- ed all’adeguamento delle proprie imbarcazioni -con abbandono delle pratiche più distruttive-, senza poi fare alcunché per allinearsi alla disciplina europea, ed anzi inscenando continue proteste sulle taglie minime consentite e sulle quote di cattura). In quest’ottica, affermare che uno dei principali obiettivi della nuova PCP debba essere quello dell’aumento dei posti di lavoro suona quantomeno sinistro: se dal 2002 il tasso di occupazione nel settore ‘estrattivo’ è calato del 31%, il prelievo ha continuato nello stesso periodo ad essere eccessivamente sostenuto, e se adesso il declino nelle catture -oltre ad indicare la crisi degli stocks- ha avuto come conseguenza quella di ridurre ulteriormente il numero di pescatori, di certo la colpa non è dei pesci pescati, ma della totale dissennatezza con cui questa razzia è stata condotta. Senza una politica di lungo respiro che miri innanzitutto a ricostituire questa risorsa naturale di primaria importanza ecologica, oltre che economica, è inutile anche solo pensare di supportare una crescita dell’occupazione, ed a mio parere i tagli troppi timidi (e, tra l’altro, ancora lontani da venire) alle catture consentite non vanno certo nella direzione giusta.

Il problema della pesca nell’Unione Europea (e, per estensione, in tutto il mondo), in definitiva, non si può risolvere meramente ‘aggiornando’ la disciplina legislativa di riferimento, cambiando i requisiti per l’erogazione dei sussidi e fissando quote più basse, ma vafish invece affrontato modificando radicalmente il circolo vizioso di domanda, offerta (e relativo spreco), capacità di cattura, denaro che lo caratterizza. In primo luogo, perché anche le TAC, nonostante siano sempre state molto alte, sono state puntualmente e continuamente disattese dall’industria (senza considerare, tra l’altro la soglia di ‘unreported catches’), grazie soprattutto alla natura stessa del settore che rende praticamente impossibile un controllo capillare sul rispetto delle regole; in secondo luogo, perché il consumo di prodotti ittici continua a registrare livelli record nella società europea, trainando il mercato (e le importazioni) ed incoraggiando un crescente sforzo di pesca; in terzo luogo, perché non è possibile ignorare la basilare verità per cui l’avanzamento tecnologico consente a sempre più pescatori di prendere sempre più pesce; infine, perché lo scontro tra risorse naturali e leggi di mercato è per definizione uno scontro impari, e non può essere compreso a fondo se non, appunto, ‘cambiando prospettiva’.

PS: non ho parlato dell’impatto che le flotte europee hanno sugli stocks di paesi terzi o su quelli presenti in acque internazionali. Si tratta -purtroppo- di un’altra storia.

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