Tecnologia Insostenibile?

Come abbiamo scritto più volte, Greening USiena, oltre ad essere un network focalizzato su attività e progetti concreti, vuole anche proporsi come spazio di aggregazione per la comunità universitaria sui temi ambientali. Per questo motivo, siamo più che felici di riempire il nostro sito dei contributi dei nostri membri o collaboratori, ospitando riflessioni, articoli, pubblicazioni e notizie legati agli argomenti di cui ci occupiamo. Va da sé che le opinioni espresse non necessariamente coincidono con le posizioni dell’Università degli Studi di Siena. Buona lettura!

di Ivan Bececco, collaboratore di Greening USiena

In che modo la nuova generazione di studenti, lavoratori, utenti, pensatori potrebbe interagire con l’ambiente in maniera sostenibile? Questa è una domanda più che legittima, che sorge non appena si acquisisce un minimo di consapevolezza riguardo al mondo moderno in generale e, più nello specifico, riguardo alle varie culture che lo abitano. Il quesito diventa sempre più impegnativo man mano che ci si addentra nella riflessione: perché non basta, secondo me, domandarsi criticamente quali accorgimenti adottare per fare in modo che il nostro impatto ambientale sia ridotto. Bisognerebbe partire dalla base, da un ragionamento poco o per nulla strutturato; cercare di capire dove finiscono le utopie e dove, invece, comincia la realtà quotidiana: realtà fatta di semplici ma risolutive azioni, tutt’altro che banali, come scartare l’involucro di plastica di un alimento confezionato, collegare il computer al suo alimentatore, mettere in moto l’auto, gettare un rifiuto.

Spesso si cade nell’errore di procedere per massimi sistemi, ma così facendo, paradossalmente, invece di “pensare più in grande” fabbrica_foxconnrischiamo di restringere – e di molto, a mio parere – la nostra percezione delle cose. Esistono numerose questioni che interessano tutti coloro che si battono per l’ambiente, problemi di rilevanza drammatica, a pensarci bene: in primis, quando interagiamo con un oggetto, non ci viene dato di conoscere la catena operativa che ha portato alla sua realizzazione; l’unica cosa che sappiamo è il luogo dove è stato prodotto, informazione spesso tutt’altro che significativa, dato che non ci sono leggi che impongano alle aziende di assemblare tutte le parti di un determinato bene in un unico luogo; per cui non è infrequente che un oggetto – per esempio – made in Italy sia in realtà stato realizzato in paesi dove il costo della manodopera è più contenuto, salvo poi fare tappa in Italia per l’apposizione del marchio della casa costruttrice ed essere poi predisposto per l’esportazione. È possibile apprendere l’etica adottata dai produttori soltanto se ci documentiamo con accuratezza, e comunque non sempre, dato che spesso si viene a conoscenza della gravità di un fatto soltanto se c’è qualcuno che se ne occupa.

Tuttavia, anche ammesso che io conosca per filo e per segno in che modo è stato assemblato il computer che utilizzo ora per scrivere questo articolo (quali materiali l’azienda ha impiegato; in quali condizioni igienico-sanitarie i lavoratori hanno operato; quali e quanti materiali di rifiuto sono stati prodotti, in che modo vengono smaltiti e via di seguito): posso in qualche modo sottrarmi a questo tipo di utilizzo, pur essendo consapevole che il suo impiego ha un certo costo in termini di impatto ambientale? Un esempio dello stesso tipo riguarda un’altra categoria di oggetti il cui uso è inevitabile in epoca moderna: i mezzi di trasporto; non solamente le automobili, ma anche gli autobus, i tram, i treni, gli aerei. Pur sapendo che un aereo consuma una quantità spropositata di carburante, come posso sottrarmi al suo impiego se faccio un lavoro che presuppone lo spostamento da uno stato all’altro, da una nazione all’altra? Per non parlare poi dei prodotti d’uso comune, non solo gli alimenti – o meglio i loro contenitori, quasi sempre in plastica –, ma anche e soprattutto la vasta gamma di strumenti per l’igiene personale, come detergenti per il corpo, creme, shampoo, tutti o quasi con una percentuale variabile di sostanze non biodegradabili.

In realtà la domanda di cui sopra ha una sola, inevitabile risposta: non ci si può sottrarre del tutto; ci si può solo limitare. Ho già e_waste_01detto che bisognerebbe evitare di scivolare nelle utopie, e cercare di restare coi piedi per terra, per affrontare criticamente e con la massima coscienziosità possibile il problema. Limitarsi, tuttavia, significa scendere a compromessi. Adattarsi a una situazione non del tutto piacevole, ma necessaria. Può sembrare una banalità, eppure è una cosa alla quale sto pensando spesso ultimamente: noi che ci interessiamo all’ambiente, siamo sensibili alla vasta gamma di tematiche che lo riguardano, ci comportiamo in maniera spesso fortemente contraddittoria rispetto alla bontà delle nostre intenzioni. Non perché siamo ipocriti, ma perché non abbiamo altra scelta. Direi che oggi è impensabile, oltreché anacronistico, non avere un computer, poiché le principali notizie dal mondo – specie quelle che il mezzo televisivo si astiene sovente dal raccontare – passano attraverso internet: privarsene, così come privarsi dei social network, di YouTube, di una casella di posta elettronica, appare quasi immorale; un atto di luddismo senza senso, un rifiuto della modernità. Ed è vero. Eppure molte delle componenti di un computer non sono biodegradabili. Esistono numerosi villaggi in Cina che sono vere e proprie “isole inquinanti”, nelle quali vengono importati dai paesi occidentali container pieni di RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) da smaltire; lavoratori mal salariati (dodici dollari al giorno) trascorrono la giornata smontando spazzatura tecnologica e recuperando le componenti reimpiegabili commercialmente. Nessuno esercita controlli sugli elementi tossici, quali cadmio, piombo, mercurio, presenti nel materiale in arrivo e mancanti in quello in uscita; elementi che si depositano nel sangue degli operai che smaltiscono quei rifiuti con conseguenze devastanti. ewastechina1Tutto ciò nonostante la Cina abbia regolarmente ratificato la Convenzione di Basilea, che vieta l’esportazione dei rifiuti tossici: al solito, la corruzione aggira il buon senso. Tra i firmatari della Convenzione (poi non ratificata dal Senato) ci sono anche gli Stati Uniti, che pure sono i maggiori produttori ed esportatori di RAEE al mondo, e non esitano a dirottare la loro spazzatura nei paesi in via di sviluppo dove non è infrequente che, in nome della crescita economica, schiere di giovani lavoratori vengano sottoposti a trattamenti inumani, senza alcuna tutela. Limitarsi, insomma, potrebbe anche essere una soluzione meno palliativa di quello che si pensi, ma avrebbe un senso soltanto se l’intero sistema fosse improntato non alla prevaricazione, bensì alla ricerca di un compromesso con gli habitat che stanno intorno alle nostre megalopoli, le quali purtroppo non aiutano a restituire la percezione del verde. Un rimedio magari a breve termine, in attesa che si sviluppino mezzi in grado di gestire con consapevolezza i materiali di scarto prima ancora delle risorse naturali: anche se, almeno secondo me, la risorsa più potente dovrebbe essere sempre e comunque il buon senso.

In ogni caso non voglio certo dire che la tecnologia sia il male assoluto. Le cose in sé, la materia insomma, non costituirebbero il problema principale: ciò che allarma davvero, me perlomeno, è l’assoluto “distacco dalla realtà” che i produttori hanno tutto l’interesse a mantenere, spacciando per eco-compatibile qualcosa che magari in sé, per l’appunto, potrebbe esserlo, ma che è stato realizzato con metodologie tutt’altro che rispettose dell’ambiente, e di cui in ogni caso il consumatore difficilmente verrebbe a sapere se non se ne interessasse specificamente; anche in questo caso, però, il confronto con l’indifferenza degli altri utenti è impari, e non risolve la situazione. Senza contare, poi, che questo distacco si coniuga alla perfezione con il modello politico, economico e filosofico delle attuali società cosiddette “sviluppate”, tanto orientali quanto occidentali: la ricerca del guadagno uber alles, l’invito al consumo scriteriato per alimentare i mercati, la necessità d’uso di certi strumenti per la vita di tutti i giorni. Quel che mi domando è come si evolverà questo fenomeno, ma soprattutto in che misura l’inevitabilità è destinata a influenzare tanto il nostro agire quanto il nostro modo di pensare.

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2 risposte a “Tecnologia Insostenibile?

  1. Bellissimo articolo. Riguardo al problema dei RAEE consiglio di dare un’occhiata al servizio “Ghana: digital dumping ground” di Peter Klein, che può essere visto tranquillamente su Youtube.
    Purtroppo per i RAEE il problema potrebbe essere appunto la presunta inevitabilità; invece per il problema, citato nell’articolo, dei prodotti che utilizziamo anche per l’igiene personale, le informazioni (e le soluzioni) sono in genere più vicine di quanto si possa pensare, basterebbe interessarsene! Anche perchè alcuni ingredienti non solo non sono biodegradabili, ma spesso possono anche causare problemi all’organismo (in un’ottica a lungo termine)!

  2. @Lucia, grazie mille anche per la segnalazione! Il discorso che fai sui prodotti per l’igiene personale è giustissimo, e secondo me si incastra con la tendenza a non avere idea di cosa sono fatte le cose che utilizziamo, dando ciecamente per scontato che a questo o a quel brand corrispondano necessariamente degli standard di alta qualità.

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