What are you industrious about?

Di seguito, la trascrizione (rielaborata) del discorso del coordinatore Dario Piselli che ha chiuso l’incontro di ieri.

Innanzitutto, vorrei parlare di Voi. Che cosa intendo?

Io ho contribuito, con grande impegno vi assicuro, a far nascere questo network, che come vedete sta muovendo i suoi primi passi e deve ancora guadagnarsi sul campo, con attività pratiche che potremo organizzare e definire di volta in volta solo se avremo il più ampio supporto possibile, l’attenzione che merita.

Ciononostante non mi sento, e non sono, una specie di leader sindacale, in primo luogo perché non ho mai militato in alcun 220px-Henry_David_Thoreaupartito e neppure in alcuna associazione ambientalista, ed inoltre perché filosoficamente ho sempre ritenuto che il primo passo verso una società migliore nasca in interiore homine, come scriveva anni fa il mio concittadino Luciano Bianciardi. Ho sempre ritenuto, cioè, che sia migliore ‘fare’ a livello individuale, comportarsi secondo ciò che si ritiene giusto (anche se si è da soli), piuttosto che fingere di essere grandi attivisti e capipopolo che poi di concreto, nella loro vita, inseriscono poco degli insegnamenti che propagandano. In questo mi sono sempre ispirato a ciò che ha scritto un grande pensatore americano, Henry David Thoreau, il quale sosteneva che l’unica scelta giusta fosse la scelta morale, prima che quella coerentemente scientifica, economicamente vantaggiosa, o ancora politicamente intelligente. Insomma, mi definisco un individualista (nel senso alto e ‘filosofico’ della parola, ovviamente), ma questo non vuol dire -come forse state pensando- che io creda che in realtà un network non abbia senso perché ‘è meglio fare da soli': quello che intendo e’ che, per impegnarsi in qualcosa, si dovrebbe prima di tutto capire se quel qualcosa è davvero ciò che vogliamo, ciò che riteniamo giusto, e NON invece seguire mode, schieramenti politici o bandiere di ogni tipo e soltanto allora, in base a quello che altri hanno deciso, scegliere ciò che è meglio per noi.

Sempre Thoreau scriveva: ‘se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo'; in altre parole, mi piacerebbe che voi che siete presenti oggi maturaste una convinzione (o l’abbiate già maturata) non perché lo abbiamo detto noi o l’ha detto Al Gillespie, o Marco Boschini o ancora Giuseppe Notarbartolo di Sciara, ma perché pensate che non ci sia cosa migliore da fare; perché pensate, e lo penso anch’io, che prima di essere economica, politica e sociale, la scelta della sostenibilità sia una scelta fondamentalmente morale. Come mi ha ricordato il fondatore del Tethys Research Institute nel dialogo che ho intrattenuto con lui, infatti, troppo spesso ci dimentichiamo di quanto abbiamo bisogno della bellezza, e cioè della necessità che sia non (o non solo) l’impegno civile a guidarci, ma la coscienza del nostro intimo rapporto con la natura che ci circonda.

Serve, insomma, una prospettiva diversa. Non è impossibile, e probabilmente neanche difficilissimo cambiare il modo di pensare a ciòPigs confined in metal and concrete pens che ci sta intorno. Pensiamo alle nostre tavole. Jonathan Safran Foer ha scritto che l’alimentazione, prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ed in effetti lo è, però al giorno d’oggi ci vuole poco ad accorgersi di quanto una simile affermazione sia veritiera. Infatti l’impatto ambientale (per tacere di quello morale, che non tutti considerano) dell’allevamento intensivo di carne è devastante ed innegabile, basti pensare che si stima che il solo consumo della stessa (tra trasporto e produzione) sia responsabile di oltre 1/6 delle emissioni di gas serra.

Così come devastante ed innegabile è l’impatto causato dalla pesca eccessiva sugli ecosistemi marini. Laddove spesso siamo Overfishing01ancorati ad una immagine, romantica e romanzata, del pescatore che sfida un mare che ha su di lui un potere di vita o di morte, la pesca oggi è in realtà un’industria, pesantemente sovvenzionata con fondi statali (nel nostro caso europei) ed in grado di produrre una pressione tragica sulle risorse naturali dei nostri mari. Una pressione talmente tragica che, se il ritmo del saccheggio non si attenuerà, secondo alcuni scienziati corriamo il rischio di non trovare più un solo pesce entro il 2050, ed alterare così irreparabilmente un equilibrio ecologico necessario alla vita sul pianeta, causando per di più imprevedibili ripercussioni sulla sicurezza alimentare in quei paesi nei quali il pesce rappresenta non un lusso, ma la principale fonte di proteine e di sostentamento; gli stessi paesi, tra l’altro, le cui acque già adesso stiamo depredando a suon di corruzione e dei cosiddetti ‘accordi di partenariato‘.

Nè il cosiddetto fish farming, che rappresenta il 50% dell’offerta mondiale di prodotti ittici, può rappresentare ‘la soluzione’ al problema dell’esaurimento delle ‘scorte': esso ha infatti un impatto altrettanto devastante sugli ecosistemi costieri (penso alla distruzione delle mangrovie a causa dell’allevamento dei gamberetti), sulla biodiversità e sulla pressione sulle risorse ittiche (perché se si allevano in maggioranza pesci carnivori, bisognerà comunque pescare per dar loro da mangiare).

Allo stesso tempo, attraverso tutte le attività umane, dalla deforestazione al consumo di territorio per scopi abitativi ed industriali, dall’inquinamento marino e terrestre alla caccia, contribuiamo all’estinzione di circa 200 specie al giorno (secondo le stime dell’UNEP), in un escalation che, il biologo Edward O.Wilson ha stimato, porterà entro 100 anni alla scomparsa di metà delle specie di vita sulla terra, e consumiamo con sempre più largo anticipo le risorse naturali che il pianeta è in grado di produrre ogni anno. Pensate che l’earth overshoot day, ossia il giorno dell’anno in cui iniziamo a vivere in ‘debito ecologico’, perché abbiamo sorpassato le capacità rigenerative dell’ecosistema, nel 1982 cadeva il 21 di Ottobre, e quest’anno è invece caduto il 22 di Agosto.

Come se non bastasse, a causa di attività economiche incontrollate attentiamo ogni giorno alla salute dei nostri simili (basti vedere cosapg-6-arctic-ice-pa è accaduto nei giorni scorsi in Cina, ma basti anche pensare al caso ILVA, i cui lavoratori si trovano -per farla breve- a scegliere tra lo stipendio ed il tumore) e con le emissioni di metano, anidride carbonica, perossido di azoto, black carbon, contribuiamo in maniera crescente ai cambiamenti climatici, cambiamenti climatici il cui impatto sullo scioglimento delle calotte polari non solo è ormai un fatto innegabile in praticamente tutta la comunità scientifica (e, se non lo fosse, non si vedrebbe perché molte multinazionali dei combustibili fossili abbiano negli anni pesantemente sovvenzionato alcuni scienziati al fine di produrre report che negavano che ci fosse un ‘global warming’ in atto), ma è anche recentemente stato rivisto -purtroppo in negativo- rispetto alle precedenti previsioni.

Infine, e qui si manifesta l’inestricabile rapporto tra questioni ambientali e sociali, disconosciamo i diritti di quei popoli indigeni che, immemori di altri soprusi di altre epoche, continuiamo a combattere (il colonialismo non è mai davvero finito) con espropriazioni forzate, con l’indifferenza, con l’emarginazione, e fingiamo che l’unico modo per risolvere i problemi della fame, della povertà, del sottosviluppo sia uno sviluppo senza volto, uno sviluppo che elimina tradizioni, culture, ecosistemi in nome di una società economica globalizzata, la quale ignora i luoghi, le storie e le persone, dimenticando che invece solo dove c’è comunità, dove ci sono legami forti tra terra e uomo, ci può essere vera sostenibilità e vero miglioramento delle condizioni di vita.

Di fronte a questo -pur riassuntivo- quadro, un quadro frammisto di ignoranza e di quell’avidità che John Steinbeck aveva descritto già 798152_509721482412036_1496481063_omolti anni fa nei suoi libri, abbiamo insomma tutti gli elementi per decidere di impegnarci. Non con la rabbia od il pessimismo, ma con l’ottimismo di chi vuole costruire qualcosa di nuovo, anche nella nostra piccola realtà studentesca. E’ per questo che non vogliamo solo portare cartelli o fare proteste fini a sé stesse. Crediamo che sia arrivato il momento di ‘inoculare’ con coraggio proposte radicali, decise, che non temono compromessi, all’interno delle organizzazioni che hanno il potere di fare qualcosa. Dobbiamo lavorare perché quelle idee che un tempo erano ritenute un po’ ‘fricchettone’, che erano emarginate a prescindere dalla discussione pubblica ‘seria’ (quella dei politici e degli imprenditori che ‘sanno’ ciò che è giusto), divengano invece LE IDEE, le uniche autorevoli perché le sole davvero realistiche, le sole non ancorate a quei modelli direi novecenteschi di sviluppo che hanno causato tutto ciò di cui abbiamo parlato. Dobbiamo, come network, porci l’obiettivo di unire radicalità ed istituzionalità, non dobbiamo avere paura di una visione alta ma allo stesso tempo dobbiamo impegnarci perché questa visione sia accettata, compresa, e divenga quella vincente anche all’interno delle istituzioni.

E, per fare tutto ciò, dobbiamo rendere per prima cosa la nostra comunità universitaria, con l’aiuto dei docenti, del rettore, del personale amministrativo, un posto in cui si respira la sostenibilità. Alberto Magnaghi, grande urbanista e teorico del concetto di sviluppo locale autosostenibile, ha scritto che ‘Il territorio è un atto d’amore, frutto della fecondazione della natura da parte della cultura’. Per questo partire dai nostri studi, dal posto in cui viviamo e nel quale abbiamo le nostre relazioni, è fondamentale. Perché possiamo gettare un seme, ed essere così fecondi per una comunità intera.

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