Un altro anno in debito (ecologico)

Nelle culture e nelle tradizioni di tutto il mondo è presente almeno la memoria di un rito di passaggio collettivo, di un’occasione durante la quale ognuno è chiamato a liberarsi del proprio passato, dei propri errori, delle proprie sofferenze, per inaugurare un SEFAnuovo ciclo della vita e partire, per l’ennesima volta, da zero. Anche nella nostra, più modesta (e forse meno attenta al valore della simbologia) società tecnologica, alla fine di ogni anno molti di noi puntualmente descrivono quello appena trascorso come il peggiore possibile, ed in una sorta di catarsi a mezzo social network si augurano che il successivo sia foriero di soddisfazioni ed appagamento. Ebbene, purtroppo un augurio del genere non può riguardare ciò che abbiamo fatto e continuiamo a fare al nostro pianeta ed alle specie che lo abitano (compresa quella umana), pena il rischio ch’esso suoni ingenuo o, piuttosto, proferito in malafede. Infatti, l’idea che ogni anno si rivelerà più disastroso rispetto al precedente, con riguardo all’impatto della nostra civiltà sull’ambiente, si concretizza ormai in una macabra certezza. E’ quello che è avvenuto con il 2012, il quale, mentre veniva dichiarato dall’ONU ‘International Year of Sustainable Energy for All‘ ha assistito alla pianificazione di oltre 1000 nuove centrali a carbone ed all’inizio delle pericolosissime trivellazioni petrolifere nell’Artico. I dati del Global Carbon Project hanno rivelato che nei 12 mesi appena trascorsi le emissioni globali di diossido di carbonio hanno raggiunto il nuovo record di 36 miliardi e mezzo di tonnellate; nel frattempo, sono state diffuse le cifre sui livelli di gas serra nell’atmosfera, che hanno toccato le 390.9 parti per milione (un altro record) nel 2011, con un incremento del 30% dal 1990, e tutto questo mentre la COP18 riunita a Doha riusciva a malapena ad estendere (e solo a pochi paesi) il minimale Protocollo di Kyoto in scadenza. Nel 2012 gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi decenni, uno stillicidio ancora in corso quando su New York si è abbattuto un uragano Sandy la cui violenza, secondo gli esperti, èArctic Drilling stata in gran parte esaltata dai cambiamenti climatici in atto. Allagamenti disastrosi si sono verificati in tutto il mondo, dalla nostra Italia all’Asia, e contemporaneamente la perdita della biodiversità non ha conosciuto battute di arresto. L’Earth Overshoot Day, il giorno approssimativo in cui vengono esaurite le risorse che il pianeta è in grado di generare ogni anno e la nostra civiltà inizia a vivere in debito ecologico, si è verificato per la prima volta il 22 di Agosto (nel 1992 era il 21 di Ottobre). Decine, infine, sono stati i report con cui le Nazioni Unite ed altri organismi internazionali hanno messo in guardia dalle crisi in atto e da quelle future, rivelando un trend negativo di durata ormai ultra-trentennale.

Ad un simile parabola discendente non si sottrarrà il 2013, considerata la natura irreversibile di molti processi in atto e l’inerzia di troppi di quelli che sono attori chiave sulla scena internazionale. Per quanto, a livello individuale, io apprezzi quel concetto filosofico per cui si deve vivere nel presente (il solo momento che possiamo influenzare con le nostre azioni), di certo una simile massima non potrà adattarsi alle devastazioni ambientali e sociali delle quali siamo spettatori, devastazioni che sono frutto di un processo continuo, il quale si distende senza sosta in ogni tempo ed in ogni luogo e non potrà subire un’inversione di tendenza se non tra diversi anni e dopo molti e grandi sforzi, che per la verità tardano ad arrivare.

Di certo, molta fiducia non l’hanno ispirata le stesse Nazioni Unite (termine con il quale si vogliono intendere i paesi del mondo da esse rappresentati), completamente chiuse al dialogo reciproco e spesso in apparenza sorde di fronte all’evidenza che quell’economia che i loro capi di governo si ostinano a cercare di rivitalizzare utilizzando le solite, vecchie categorie della crescita eAssemblea ONU dello sviluppo indiscriminato, va in realtà ripensata ed adeguata a necessità di giustizia ambientale e sociale ormai impellenti. Se a questo aggiungiamo la patologica, scarsa trasparenza delle pubbliche amministrazioni e dell’imprenditoria multinazionale, nonché la -ancora- troppo poco diffusa consapevolezza da parte della pubblica opinione dei paesi occidentali, il quadro appare decisamente fosco, anche per il prossimo futuro. Del resto, una ricerca del 2012 ha confermato che già 40,000 anni fa i nostri antenati australiani cacciavano i grandi vertebrati fino all’estinzione: un dato poco edificante, che impone un vero e proprio cambiamento epocale, antropologico nel rapporto tra la specie umana e la natura, se vogliamo avere la speranza di evitare un collasso biologico assoluto e definitivo. In questo quadro nerissimo, e pur nella certezza che il 2013 che ci aspetta non farà eccezione rispetto a tali, tremende aspettative, continueranno ad esserci persone, organizzazioni nazionali ed internazionali, gruppi di ricerca, che si batteranno perché l’agenda della politica mondiale possa mettere sempre più al centro i temi ambientali. Magari questo sforzo non potrà avere un effetto benefico sul breve periodo, ma di certo senza un impegno costante non avrebbe senso neppure discutere di cambiamenti così decisivi e improcrastinabili, cambiamenti fondamentali tanto per gli ecosistemi del pianeta quanto per la stessa struttura economica e sociale della civiltà contemporanea.

Arriviamo così al secondo punto di questa analisi. L’economista Jeffrey Sachs, a capo del progetto UNSDSN cui Greening USiena partecipa attraverso il nostro ateneo, ha recentemente affermato che povertà e questioni ambientali sono aspetti inscindibili di uno stesso problema ‘mondo’, legati tra di loro ed affatto in antitesi, come forse fino a qualche anno fa si sarebbe potuto pensare.Peru Indigenous People Secondo la gran parte degli studiosi, inoltre, cercare di risolvere la crisi del clima, quella della biodiversità, quella dell’inquinamento, implica oggi necessariamente il porsi in una nuova ottica nei confronti dell’attuale modello di sviluppo sociale ed economico; allo stesso tempo, è chiaro che solo attraverso una diversa, alternativa struttura della società, della politica e dell’economia si possono affrontare le sfide ambientali di questo secolo. Per tali ragioni, non c’è a mio avviso miglior modo di augurare un felice 2013 agli studenti di Greening USiena, alla comunità universitaria ed a tutti gli altri (si spera interessati) lettori, che quello di ricordare come il tema della sostenibilità sia contemporaneamente intriso di aspetti giuridici, sociologici, scientifici, tecnologici, economici ed anche filosofici ed antropologici. Di fatto, la stessa nascita del nostro network ha avuto come stella polare il concetto di interdisciplinarietà. Abbiamo così scelto di salutare i prossimi 365 giorni elencando le cosiddette ‘international observances’, ovvero i ‘titoli’ che, spesso sotto l’egida delle Nazioni Unite, vengono assegnati ad ogni nuovo anno. Queste ricorrenze testimoniano nella maniera più chiara la natura ‘ibrida’ delle problematiche che affliggono il nostro pianeta, e meritano di essere ricordate affinché non si perda mai la cognizione del sottile nesso che unisce tutela degli habitat selvaggi, diritti delle popolazioni indigene e delle minoranze, necessità di uno sviluppo locale ‘autosostenibile’ e della nascita di una nuova coscienza di luogo (per dirla con le parole di Alberto Magnaghi), modelli di consumo e di produzione, biodiversità, diritti dell’ambiente e degli animali, soluzioni alternative alla cementificazione del territorio, tecniche ingegneristiche e architettoniche innovative, cambiamenti nelle politiche economiche e sociali dei governi.

Il 2013, in primo luogo, è stato nominato dalle Nazioni Unite ‘International Year of Water Cooperation‘. Sappiamo tutti quanto 2013logo_enl’acqua sia (non a caso) considerata elemento base della società, tanto di quella naturale come di quella umana: secondo la stessa ONU, entro il 2030 il mondo avrà bisogno del 30% di acqua in più per far fronte ai bisogni di una crescente popolazione, e il tempo per assicurare un simile approvvigionamento si assottiglia ogni giorno che passa. In quest’ottica, è concepibile un modello di sviluppo che fa delle risorse idriche alternativamente una materia liberamente appropriabile da parte del capitale ed una discarica? Questo ‘Anno per la Cooperazione sull’Acqua’ rappresenterà certamente un utile spunto di discussione in merito, ma purtroppo potremmo aspettarci poche azioni concrete a livello internazionale: è auspicabile allora che un ruolo guida venga assunto dalle comunità locali, in una tensione continua verso la riappropriazione dei beni comuni e la loro gestione in una prospettiva di sostenibilità.

Non meno importante sarà la ricorrenza dell’Anno Internazionale della Quinoa, ricorrenza proposta dalla Bolivia e supportata dalla FAO, con l’obiettivo di riconoscere dignità e rispetto alle popolazioni indigene della zona delle Ande, le quali hanno mantenuto,Quinoa controllato, protetto e preservato la quinoa come alimento per le presenti e future generazioni, grazie alle loro conoscenze tradizionali ed alle loro pratiche di vita improntate al rispetto della terra e della natura. E’ qui che nasce il filo rosso, quel concetto per cui cibo vuol dire comunità, vuol dire ambiente, vuol dire nuovo riconoscimento di un modello di vita diverso, fieramente non improntato a logiche di globalizzazione o di mercato.

Il 2013 farà infine parte di più di una decade riconosciuta su scala globale: da quella 2005-2014 per i Popoli Indigeni del Mondo a quella denominata Water for Life (2005-2015), dalla Decade per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile (ancora 2005-2014) a quella per i Deserti e la Lotta alla Desertificazione (2010-2020), dalla Terza Decade per lo Sradicamento del Colonialismo (2011-2020) a quella delle Nazioni Unite per la Biodiversità, biodiversità Decade logoche, laddove l’acqua rappresenta la base della vita, si configura invece come la struttura più intima ed essenziale della stessa, l’equilibrio delicato e fondamentale del mondo. Tutte queste tematiche meritano certamente di essere approfondite in altra sede e con più calma, ma in conclusione mi sento di dire una cosa: per quanto la proclamazione di simili ricorrenze lasci spesso il tempo che trova a livello internazionale, sta comunque a noi, come pubblica opinione e come singoli, il compito di far sì che esse non divengano un vuoto elenco, ma almeno un’occasione di confronto, di crescita, e di azione. Mi auguro che tale tortuoso ma necessario percorso inizi anche presso la comunità universitaria di Siena, e che un ruolo guida in questa sfida sia assunto dal nostro network e dai progetti che porteremo avanti con l’aiuto di tutti voi. Felice anno nuovo.

Dario Piselli, coordinatore

About these ads

Una risposta a “Un altro anno in debito (ecologico)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...